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contracorriente
diciamo ciò che pensiamo, liberamente
SOCIETA'
27 agosto 2008
W la squola

Ho frequentato le scuole fino al liceo nel leccese, ora sono a Ferrara e qui ho potuto confrontare la mia preparazione con ragazzi di tutt'Italia, e non ho riscontrato effettivamente alcuna differenza, ci sono quelli con una cultura di base migliore della mia e quelli con una peggiore, senza distinzione geografica, però i dati parlano chiaro, al sud pare che la scuola sia peggiore. A mio avviso però la qualità della scuola che emerge dai quei dati è determinata da due variabili: qualità dei professori e tipologia degli alunni; mentre per quanto concerne la prima sia profondamente convinto che sia uguale in tutta Italia (ma comunque bassa), disagio giovanile, abbandono scolastico, bassa cultura famigliare, maggior povertà e carenze strutturali, invece, sono la causa per la quale gli studenti del sud risultano meno “bravi”.

Non è quindi un problema di scuola del sud o del nord è un problema di differenze sociali, economiche e strutturali.


Da quei dati però emerge anche un altro dato per me molto più importante del primo, la scuola italiana è mediamente inferiore a quella dei paesi più progrediti, ciò invece è da ricondurre alla prima variabile: i professori, oggigiorno sicuramente non più all'altezza dei bisogni: insegnanti svogliati, non riconosciuti, mal pagati e spesso ignoranti che sono bravi qualora promuovano, cattivi se bocciano (chiaramente senza controllare il merito di tali scelte), professori sul cui operato nessuno mette naso, ridotti ormai a babysitter di ragazzini che crescono all'ombra di Maria De Filippi e Grande Fratello, dimenticati da genitori che pensano di comprarsi il loro affetto viziandoli con play station e cellulari, coprendo le loro magagne e non dicendo mai di NO.

Su questo secondo punto sono però pessimista, non credo che la situazione cambierà, questo quadro fa comodo a tutti, agli insegnanti che, ormai rassegnati, si accontentano di scaldare la cattedra, agli alunni che non fanno nulla, al governo che vede crescere una futura classe dirigente di ignoranti; ogni governo ha sempre cercato di plasmare le generazioni future al proprio servizio, succedeva nelle dittature dove però censura e alterazione dei fatti permettevano di avere una buona scuola, salvo per quegli argomenti che avrebbero potuto nuocere al potere; oggigiorno la censura, la modifica dei programmi, il revisionismo (tutti sempre comunque ricercati) sono molto più difficili da applicare, molto meglio non insegnare nulla per avere un domani uomini senza coscienza civile, ignoranti pronti a farsi abbindolare dal potente di turno e ben disposti a passare i propri momenti liberi al centro commerciale piuttosto che in piazza a manifestare.

MelGigi

OGGI CONSIGLIAMO: Marco Travaglio


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permalink | inviato da melgigi il 27/8/2008 alle 14:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa
POLITICA
27 giugno 2008
Allora è vizio!


Ormai è abitudine: si chiede a qualcuno di guidare una squadra, non se ne apprezzano i risultati, gli si grida ogni giorno contro e dopo due anni, per una partita persa ai rigori, lo si rimanda a casa con tanto di ben servito per tornare al "vecchio", quello che successe con Prodi oggi si ripete con Donadoni (bisogna riconoscere ad entrambi il grande stile con il quale si sono messi da parte), non siamo capaci di guardare avanti e torniamo indietro, il parallelismo è perfetto. No, non è vero! La nazionale ritorna a Lippi che la aveva lasciata campione del mondo, il governo è tornato a Berlusconi che ci aveva portati ai posti più bassi delle più importanti clasifiche internazionali.

MelGigi

OGGI CONSIGLIAMO: Financial Times
SOCIETA'
22 giugno 2008
Libero calcio in libero Stato

Un attimo dopo aver preso l’impegno di scrivere un articolo da pubblicare su questo blog, ho pensato: “Bravo, hai fatto, come al solito, la tua spacconata… Ora voglio proprio vedere come farai a trattare l’argomento “calcio” in un blog in cui il filo conduttore è la politica…”
Lo so, lo so potreste dirmi: “Ma di che ti preoccupi? E’ così semplice coniugare politica e calcio, basta raccontare che osservando il fatturato prodotto dall’insieme delle società di calcio di serie A si può affermare che il calcio rappresenti la terza o quarta azienda a livello nazionale, oppure dire che possedere una società di calcio con un bacino di tifosi elevato favorisce la propria popolarità con facilitazioni per l’accesso a ruoli politico-amministrativi di vario genere o ancora che si è persino arrivati a promettere acquisti di grandi e costosissimi campioni durante il periodo di campagna elettorale per, poi, puntualmente smentirli dopo aver vinto le elezioni o ancora che…”
NO. Fermiamoci qua.
Sgombrate le menti da quanto detto finora.
Lasciate stare il calcio-business. Via anche la politica attuale, tanto non è degna di essere chiamata tale.
Ora parliamo del “Calcio” come forma d’arte.
Ora parliamo di Politica e Azione.
Ora parliamo di Libertà.
Cos’è la libertà? Provate a rispondere…
La libertà è… la libertà è… mmm… non è affatto semplice…
Ci sono! La libertà è il liberum arbitrium, è il decidere e scegliere tra una cosa buona e una cattiva…
NO. E’ una buona risposta, ma non quello che ci serve.
Iniziamo col dire che la tradizione filosofica e l’avvento del Cristianesimo (con insieme il concetto di liberum arbitrium) hanno distorto l’idea stessa di libertà; l’hanno trasferita dalla sua sfera di origine (la politica e le faccende umane in genere) ad un ambito interiore: la volontà. Il problema della libertà è oggetto della filosofia per ultimo in ordine di tempo dopo l’essere, il tempo, la natura, etc… Il perché è semplice, nell’antichità la libertà è un concetto esclusivamente politico: è il fulcro della polis greca e della condizione di cittadino; al contempo la tradizione filosofico-politica iniziata con Parmenide e Platone nasce in opposizione alla polis e per questo non poteva entrare come idea nel quadro della filosofia. La libertà vi entra solo quando i cristiani con la conversione di Paolo scoprirono una libertà estranea alla politica. Libertà come evento sperimentabile all’interno del rapporto tra sé e sé, fuori dal rapporto tra gli uomini.Libertà come libero arbitrio.
INTERESSANTE…..ma NON è quello che ci serve.
Un punto, però, l’abbiamo fissato. La sfera d’origine della libertà è la politica.
Ora ci tocca fare un salto nel tempo. Nell’Antichità, nell’Antica Grecia, al tempo della polis e capire chi era l’uomo libero…
Innanzitutto l’uomo poteva essere libero solo se possedeva un posto, una casa nel mondo e per libertà si intendeva la condizione dell’uomo libero, ciò che gli permetteva di muoversi, uscire, incontrare altri uomini. Per far ciò era premessa una liberazione: la liberazione dalle necessità materiali. Ma non era, ancora, automatica la condizione di libertà: per raggiungerla erano necessari altri uomini nella stessa condizione e uno spazio pubblico comune per incontrarsi.
Era necessario un MONDO ORGANIZZATO POLITICAMENTE.
Solo così l’uomo sperimentava l’essere libero come una realtà concreta della vita nel mondo ed è pacifico che l’uomo acquista, per la prima volta, coscienza della libertà (o del suo contrario) nel nostro rapporto con gli altri e non nel rapporto con noi stessi.
Bene, quindi possiamo dire che la libertà è conosciuta nell’ambito politico e che, di conseguenza, solo l’azione e la politica, tra tutte le capacità umane, non potrebbero essere concepite senza presumere l’esistenza della libertà. Essa è la vera ragione per cui gli uomini vivono insieme in un organizzazione politica, l’elemento senza la quale la stessa vita politica sarebbe priva di significato. La POLITICA trova nella LIBERTA’ la sua ragion d’essere e nell’AZIONE il suo ambito sperimentale. In tutti i casi in cui  il mondo costruito dall’uomo non diventa scenario dell’azione e della parola, la libertà non assume portata reale e mondana. Senza un ambito pubblico protetto da garanzie politiche la libertà non appare nel mondo…
Calma, calma… lo so che state pensando: “Ma non si doveva parlare di calcio?” Abbiate fiducia, ora ci arriviamo…
Si è detto, quindi, che l’azione è l’ambito sperimentale della politica e la libertà la sua ragion d’essere…
Ma quando vi è coincidenza tra azione e libertà?
L’azione per essere libera deve esserlo tanto dal movente quanto dal fine dichiarato, ossia dai suoi fattori determinanti, non deve essere sottoposta né alla guida dell’intelletto, né ai dettami della volontà. Gli uomini sono liberi nel momento in cui agiscono, né prima né dopo.
Essere liberi e agire sono la stessa cosa.
L’esempio migliore di coincidenza tra azione e libertà è il concetto machiavelliano di “virtù”: l’eccellenza con cui l’uomo corrisponde alle opportunità spiegate dinanzi a lui dal mondo nella cosiddetta fortuna. Il concetto di “virtù” richiama quello di “virtuosismo” ossia l’eccellenza che noi riconosciamo agli esecutori la cui arte si esprime nell’esecuzione stessa senza concretarsi in un prodotto finale.
Ogni attività in sé ha un elemento virtuosistico, nel senso di perfezione dell’esecutore che eccelle nella sua arte. La politica lo possiede, le arti che non realizzano alcuna “opera” come prodotto finale lo possiedono, il gioco del calcio lo possiede…
Vi è tra queste attività una notevole affinità.
Gli artisti hanno bisogno di un pubblico per mostrare il loro virtuosismo come allo stesso modo gli uomini che agiscono hanno bisogno di altri alla cui presenza comparire; inoltre tutti hanno bisogno di uno spazio a struttura “pubblica” e comunque la loro esecuzione dipende dalla presenza altrui.
Proprio lo spazio non è un attributo fisso e scontato di qualsiasi comunità e per questo è stato necessario un salto nel tempo nell’Antica Grecia, perché la polis greca è stata la “forma di governo” che ha fornito agli uomini uno spazio per apparire nel quale agire. Solo in essa il rapporto tra politica e libertà è immediato perché solo la polis greca era una comunità politica fondata con l’espresso scopo di servire agli uomini liberi.Il fine era conservare uno spazio dove potesse apparire la libertà in quanto “virtuosismo”. Un mondo in cui la libertà è una realtà terrena espressa in parole e azioni a cui si può assistere.
Il gioco del calcio è un’attività affine alla politica della polis. E’ un’attività che possiede un suo elemento virtuosistico: il singolo giocatore deve tendere alla perfezione nell’esecuzione dei vari gesti tecnici costituenti il gioco stesso e, al contempo, la squadra come collettivo tenderà alla perfezione nell’esecuzione tattica dei movimenti di difesa e attacco; d’altronde è innegabile la bellezza visiva di un dribbling perfetto in cui il pallone sembra che scompaia, piuttosto che di una rovesciata o sforbiciata in cui il calciatore sembra sospeso nell’aria o ancora di colpi di testa al pallone, in elevazione, in cui non si capisce se colui che ha colpito il pallone si sia staccato da terra o sia sceso dal cielo… Gesti tecnici tanto belli da affascinare sia l’appassionato che il profano…
Nella ricerca del “virtuosismo” i giocatori e la squadra nel suo insieme deve essere libera, le loro azioni devono trascendere il raggiungimento di un fine, di un risultato. E’ vero che lo scopo del gioco è segnare dei punti per far sì che, alla fine, vi sia una squadra vincente e una perdente, ma non deve essere a ciò a condizionare le azioni individuali e collettive.La vittoria e la sconfitta dovrebbero essere accettate nel gioco, e nella vita in generale, come semplici eventi causali conseguenti alle proprie azioni… Nel momento in cui le azioni dei giocatori e della squadra saranno determinate solamente dalla brama e dalla ricerca smodata del risultato, proprio in quel preciso momento, a priori, sarà stata determinata la sconfitta del singolo e del collettivo.
Anche nel gioco del calcio è necessario un pubblico a cui mostrare il proprio virtuosismo, ma coloro che assistono devono aiutare gli “esecutori” gioendo nella vittoria e applaudendo nella sconfitta perché essi stessi sono stati parte nella ricerca della perfezione e nel tentativo di raggiungere il virtuosismo. Spesso a questa ricerca e all’impegno profuso consegue una vittoria sportiva, ma anche se questa non dovesse giungere si proverà ugualmente un senso di soddisfazione per la consapevolezza di aver dato tutto l’impegno possibile e si troverà lo stimolo per ripartire nel ricordo della perfezione raggiunta dagli avversari.
Attualmente quanto detto finora è impensabile.
Il gioco del calcio, al pari della politica, è dominato dall’idea del risultato a tutti i costi e per ottenerlo si è disposti a calpestare qualsiasi principio. E’ un mondo dominato dal business, dal denaro, dal profitto e dalla tutela di interessi personali… Di conseguenza laddove le azioni diventino dominio delle necessità materiali non vi è più posto per far apparire la libertà.
Non tutto è ancora perso… Passando dai campetti di periferia agli stadi dei professionisti si possono individuare delle rare eccezioni: giocatori che, liberamente, divertono e si divertono e mentre giocano lanciano un urlo, purtroppo silenzioso, per farsi riconoscere come messaggeri di un concetto che sta scomparendo…
Sforziamoci di ricercarli e di riconoscerli.
Sono lì per dispensare emozioni.
A voi, a noi il compito e il piacere di coglierle...

Fabrizio Marzolla

OGGI CONSIGLIAMO: Paolo Manzo

POLITICA
1 giugno 2008
Discorso di Piero Calamandrei agli studenti milanesi (1955)

Su consiglio di mio padre sono andato a leggermi il discorso che, il 26 gennaio del 1955, Piero Calamandrei tenne presso la Società Umanitaria di Milano, rivolto ad alcuni studenti universitari e delle scuole medie superiori che avevano autonomamente organizzato un ciclo di conferenze sulla Costituzione Italiana. Siccome siamo a ridosso della Festa della Repubblica e avendo trovato questo discorso molto interessante ed attuale ho deciso di riportarlo qui di seguito.

"La Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta, la lascio cadere e non si muove: perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile; bisogna metterci dentro l'impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità. Per questo una delle offese che si fanno alla Costituzione è l'indifferenza alla politica. È un po' una malattia dei giovani l'indifferentismo. «La politica è una brutta cosa. Che me n'importa della politica?». Quando sento fare questo discorso, mi viene sempre in mente quella vecchia storiellina che qualcheduno di voi conoscerà: di quei due emigranti, due contadini che traversano l'oceano su un piroscafo traballante. Uno di questi contadini dormiva nella stiva e l'altro stava sul ponte e si accorgeva che c'era una gran burrasca con delle onde altissime, che il piroscafo oscillava. E allora questo contadino impaurito domanda ad un marinaio: «Ma siamo in pericolo?» E questo dice: «Se continua questo mare tra mezz'ora il bastimento affonda». Allora lui corre nella stiva a svegiare il compagno. Dice: «Beppe, Beppe, Beppe, se continua questo mare il bastimento affonda». Quello dice: «Che me ne importa? Unn'è mica mio!». Questo è l'indifferentismo alla politica.
È così bello, è così comodo! è vero? è così comodo! La libertà c'è, si vive in regime di libertà. C'è altre cose da fare che interessarsi alla politica! Eh, lo so anche io, ci sono… Il mondo è così bello vero? Ci sono tante belle cose da vedere, da godere, oltre che occuparsi della politica! E la politica non è una piacevole cosa. Però la libertà è come l'aria. Ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent'anni e che io auguro a voi giovani di non sentire mai. E vi auguro di non trovarvi mai a sentire questo senso di angoscia, in quanto vi auguro di riuscire a creare voi le condizioni perché questo senso di angoscia non lo dobbiate provare mai, ricordandovi ogni giorno che sulla libertà bisogna vigilare, vigilare dando il proprio contributo alla vita politica…
Quindi voi giovani alla Costituzione dovete dare il vostro spirito, la vostra gioventù, farla vivere, sentirla come vostra; metterci dentro il vostro senso civico, la coscienza civica; rendersi conto (questa è una delle gioie della vita), rendersi conto che nessuno di noi nel mondo non è solo, non è solo che siamo in più, che siamo parte, parte di un tutto, un tutto nei limiti dell'Italia e del mondo. Ora io ho poco altro da dirvi.
In questa Costituzione c'è dentro tutta la nostra storia, tutto il nostro passato, tutti i nostri dolori, le nostre sciagure, le nostre gioie. Sono tutti sfociati qui in questi articoli; e, a sapere intendere, dietro questi articoli ci si sentono delle voci lontane…
E quando io leggo nell'art. 2: «l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica, sociale»; o quando leggo nell'art. 11: «L'Italia ripudia le guerre come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli», la patria italiana in mezzo alle altre patrie… ma questo è Mazzini! questa è la voce di Mazzini!
O quando io leggo nell'art. 8:«Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge», ma questo è Cavour!
O quando io leggo nell'art. 5: «La Repubblica una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali», ma questo è Cattaneo!
O quando nell'art. 52 io leggo a proposito delle forze armate: «l'ordinamento delle forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica», esercito di popoli, ma questo è Garibaldi!
E quando leggo nell'art. 27: «Non è ammessa la pena di morte», ma questo è Beccaria! Grandi voci lontane, grandi nomi lontani…
Ma ci sono anche umili nomi, voci recenti! Quanto sangue, quanto dolore per arrivare a questa costituzione! Dietro ogni articolo di questa Costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, cha hanno dato la vita perché libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta. Quindi, quando vi ho detto che questa è una carta morta, no, non è una carta morta, è un testamento, è un testamento di centomila morti.

Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì o giovani, col pensiero, perché li è nata la nostra Costituzione".

POLITICA
12 maggio 2008
Il potere delle parole

Le parole uccidono più dei coltelli, questo è vero, ma non in politica; in questo mondo sporco, che inzozza tutto ciò che lo circonda, a cominciare dall'informazione, le parole feriscono, è vero, ma dipende da chi le dice.

è molto istruttivo quando vengono elette le alte cariche dello stato perchè i giornali pubblicano i nomi dei personaggi che hannoricoperto quella carica nella storia repubblicana, e uno si rende conto, perchè poi ci passano di mente queste faccie, perchè una volta avevamo De Gasperi, Einaudi, De Nicola, Merzagola, Parri, Pertini, Nenni,... che ne so, possiamo fare lunghe liste, Fanfani...; uno vede tutta la trafila poi vede Schifani, c'è un elemento di originalità: seconda carica dello stato: Schifani” “mi domando chi sarà quello dopo, questa parabola a precipizio, cioè dopo c'è solo la muffa... il lombrico...”
Schifani ha avuto amicizie con dei mafiosi? Io non scrivo che Schifani ha avuto amicizie con dei mafiosi perchè non lo vuole ne la destra ne la sinistra. E io che c'entro con la destra e la sinistra? Loro prendano le posizioni politiche che vogliono, ma io devo fare il giornalista, io devo raccontarlo”

   Queste le parole di Marco Travaglio a Che Tempo che fa, con Fabio Fazio; subito un coro di dichiarazioni bipartisan di sostegno al nostro nuovo presidente del Senato: «Trovo inaccettabile che possano essere lanciate accuse così gravi, come quella di collusione mafiosa, nei confronti del presidente del Senato, in diretta tv sulle reti del servizio pubblico, senza che vi sia alcuna possibilità di contraddittorio» Anna Finocchiaro; «Ho lavorato con Renato Schifani per due anni e so cosa pensa della criminalità organizzata e soprattutto so quanto si è battuto nelle aule parlamentari per approvare provvedimenti legislativi per contrastarla. L'attacco di sabato sera, utilizzando senza contraddittorio il mezzo televisivo pubblico, è una vergognosa imboscata. Mi auguro che vi si possa porre riparo evitando almeno che episodi del genere si possano ripetere» Altero Matteoli.

    Insomma la nuova strategia del dialogo funziona, tutti d'accordo, destra e sinistra, con la sola eccezione dell'Italia dei valori, a condannare l'atteggiamento fazioso della trasmissione; tutti a gettare fango su Travaglio e ad osannare Schifani, ma perchè nessuno invece afferma che ciò che dice Travaglio sia falso? Forse perchè non può dirlo, forse perchè tutti sanno che è vero? Badate bene, Travaglio ha detto che Schifani ha avuto dei rapporti d'affari con gente che poi sarà condannata per mafia, non che sia un mafioso; ma parafrasando le parole di Giovanni Falcone, dovrebbe esistere, per i politici, un ulteriore grado di giustizia, ovvero quello che deriva dalla loro moralità, dal bisogno che essi siano per noi esempi; se un uomo, seppur ingenuamente, frequenta dei mafiosi NON PUO' RAPPRESENTARMI, poiché nel migliore dei casi è ingenuo che “non sa scegliersi gli amici”, nel peggiore è uno di loro.

   Se questo è l'ultimo episodio non si contano i precedenti, qualche giorno fa il caso “Annozero”, per la puntata di Grillo (fare una puntata su un personaggio che ha raccolto 1.320.000 firme per tre quesiti referendari in un giorno è davvero troppo), e tutti li a gridare allo scandalo; come si permette Grillo di chiamare Napolitano “morfeo”? Veronesi “Cancronesi? E Berlusconi “testa d'asfalto”? E solo un diffamatore!; salvo poi notare, ad un'analisi più attenta che nessuno, nessuno, si è soffermato sul merito dei tre quesiti. E' la tecnica più antica del mondo, non hai argomenti per contraddire qualcuno? Diffamalo!

   Ma poi mi chiedo anche se le parole di Grillo, Travaglio, ecc... sono così impresentabili e gravi, perchè affermazioni come “i nostri fucili sono caldi”, “il presidente della camera è un cadavere ambulante” di Bossi sono definite folklore? Perchè chiamare Morfeo Napolitano è vilipendio, mentre dire che “non è superpartes”, come fece Belusconi, non lo è?
   Azzardo un'ipotesi, potrebbe derivare dal fatto che l'informazione in Italia non sia poi così libera, e sia invece gestita, controllata, manipolata ad arte dal potere politico?
  
   Le parole hanno un grande potere, possono uccidere, ferire, ritornarti addosso come boomerang... ma sono la nostra arma più forte, e per questo bisogna continuare ad usarle, pur sapendo che, in questo regime di disinformazione, avranno pesi e misure diversi a seconda di chi le pronuncia.

MelGigi


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permalink | inviato da melgigi il 12/5/2008 alle 11:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
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